Alejandro Marmo

Alejandro Marmo nasce il 19 febbraio 1971 nella provincia di Buenos Aires in Argentina, da una famiglia di immigrati composta da padre italiano e madre greca. Cresciuto nella fucina del padre, che era un fabbro, a soli 20 anni egli ne eredita il talento e le qualità, basate sulla fatica e il sacrificio, ma coltiva al tempo stesso il gusto per l’arte.

Alla metà degli anni novanta Alejandro fonda “Arte en las Fabricas” il primo centro culturale di arte moderna, con l’intenzione di salvare le fabbriche abbandonate e maggiormente colpite dalla crisi industriale di Buenos Aires. L’artista attraverso le sue opere innovative diventa così nella società civile un modello di comunicazione a favore della classe operaia e dei lavoratori tornati a casa per la chiusura delle loro officine.

Nel suo centro Marmo coinvolge gli “esclusi” dalla società, che vivono ai margini, che spesso oggi vengono identificati come “invisibili”. Attraverso le sue opere egli si prende così cura degli umiliati, degli emarginati, dei disabili, di coloro che vivono in carcere e di quelli che con la perdita del lavoro hanno rinunciato anche alla propria dignità di uomini, toccando il fondo della loro vita poiché ridotti al lastrico. Le opere di Marmo rispecchiano i propri in cui egli crede, la sua educazione religiosa, la cultura del tempo in cui è vissuto, ciò che di profondo pervade la sua anima.

La trasformazione dello “scarto” in bellezza è uno dei concetti che caratterizzano le opere di Alejandro Marmo. L’opera L’Abeja de Río Terzo è realizzata nel 2001 con i resti dell’esplosione di una fabbrica militare nel 1995 e attraverso la collaborazione di studenti laureati in Belle Arti.

La dura realtà delle cose viene affrontata con coraggio, conferendo alle opere dell’artista una statura quasi eroica, quella di chi, di fronte al vero, al dolore, alla fobia e all’emarginazione, non abbassa lo sguardo, non si gira dall’altra parte, ma contempla, riflette e diventa quasi un missionario di oggi, un attento osservatore della società. La sua opera intrisa di sensibilità e spiritualità ripristina i valori veri e autentici della vita.

Marmo insiste sulla soggettività della sua arte, non demorde ma “raccoglie scarti” che diventano importanti e suggestivi “documenti umani” da ammirare per comprendere i vari significati dell’esistenza. Il suo impegno diventa uno stile di vita, Il suo sapiente e abile intreccio tra “scarti” dà vita a sculture composite che innescano una serie illimitata di attenzioni. L’obiettivo che persegue è la soggettività dell’opera d’arte: secondo lui, infatti, l’artista non deve solo inventare, ma anche “raccogliere” gli oggetti per comunicare un messaggio, raccontare una storia, affrontare l’esistenza con serietà e impegno, fornire nuove conoscenze all’osservazione degli eventi, avvicinando i popoli di ogni nazione. Attraverso la metafora di fili, lamiere e ferri, di cui sono ricche le sue opere, affiora la sua visione di un’arte che diventi un incontro tra gli uomini di tutta la terra, come la missione dei Santi, dei religiosi, dei poeti e dei grandi personaggi che hanno cambiato la storia con le loro idee e il loro coraggio.

L’obiettivo è molteplice: uno degli effetti è quello di elevare l’animo dell’uomo per renderlo migliore, più sensibile, accrescere la sua umanità. L’artista è attivo in progetti sociali in favore dei deboli, agisce nel sistema dell’arte e le sue opere hanno una profonda rilevanza umanitaria, cercando di svelare la funzione sociale dell’arte. Ogni scultura ha lo spirito dell’emozione, trasmette qualcosa di spirituale con la proiezione di un futuro migliore, così il destino individuale diventa universale. Per Alejandro Marmo, l’arte deve essere fatta con il cuore, partire ed arrivare al cuore di tutti, dare conforto, dirigersi secondo la verità, la religione, la morale, in favore dei più deboli.

Esattamente questa poetica, cioè questo modo di lavorare attira fin dagli anni novanta l’attenzione di Jorge Mario Bergoglio, fin dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Bergoglio, una volta eletto papa con il nome di Francesco, ha ammesso volentieri due opere di Alejandro Marmo nei Giardini Vaticani. C’è dell’altro. Al momento di scrivere La mia idea di arte, insieme alla giornalista Tiziana Lupi, il Santo Padre ha incluso Marmo – unico contemporaneo – in una ristretta cerchia di artisti meritevoli di stima. Francesco nel riferirsi allo scultore parla di un “un nuovo linguaggio artistico, una forma nuova di dare speranza attraverso l’arte”. Dal suo punto di vista, queste opere recuperano e valorizzano quanto la società invece disprezza e mette da parte.

 


Riferimenti bibliografici
M.P. Cappello, Spirituali metamorfosi di Alejandro Marmo, Roma, 2019

“La prima volta che ho conosciuto Alejandro Marmo ho sentito subito che era un poeta, e per questo ho voluto aiutarlo”, riporta Papa Francesco ne La mia idea di arte.

Alla fine degli anni Novanta l’Argentina stava attraversando un’imponente crisi economica. La disoccupazione era ai massimi storici, la povertà immane. Nel 2001 lo scultore Alejandro Marmo, ormai colmo di amarezza per la tragedia che stava devastando la sua terra natia, ma anche desideroso di rivincita, decise di rivolgersi a colui che di lì a poco sarebbe diventato il Pontefice.

Mons. Bergoglio ascoltò con grande attenzione quel giovane e il suo vivo risentimento. D’altronde egli stesso si era sempre battuto contro la piaga sociale che attanaglia il nostro presente: la disumanità riversata nell’indifferenza verso malati, anziani, portatori di handicap, poveri. “Va’ – gli disse – va’ dagli ultimi, dagli scartati, dai dimenticati, e falli risorgere attraverso le tue opere”.

Bergoglio accompagnò Marmo nei quartieri periferici dell’Argentina, luoghi in cui migliaia di persone vivevano in spazi ristretti, dove la vita trascorreva maggiormente nelle strade, le strutture sanitarie erano pressoché inesistenti e l’arte nell’immaginario collettivo era qualcosa di davvero lontano.

Marmo, arricchito da questo incontro, decise di schierarsi al fianco del suo Pastore in una battaglia di resistenza, donando il suo genio artistico ad un progetto di rinascita sociale attraverso il “recupero degli scarti umani e materiali” e divenendo portavoce, con le sue creazioni, di coloro che erano rimasti in silenzio agli angoli del mondo.

Il rapporto fra lo scultore e il Vescovo proseguì fino al 2013, quando Bergoglio fu eletto Pontefice. Nello stesso anno Alejandro Marmo decise di donare due opere a Francesco: esse sono tutt’ora collocate all’interno dei Giardini Vaticani ed egli stesso le descrive come: “un segnale che ci ricorda come la Chiesa o è per i poveri, per gli ultimi e gli scartati, o non è”.

Le opere sono state realizzate in un locale della residenza papale di Castel Gandolfo, luogo in cui Alejandro ha trovato i suoi “scarti ferrosi”: pezzi di vecchie inferriate, cancelli, catene arrugginite, lamiere logorate dal tempo che diventano il cuore pulsante de Il Cristo Obrero. Oltre alla forma, è insito nel busto di ferro del Cristo un concetto di pura umanità: Gesù abbandonato da tutti, anche dal Padre, rinasce in quei pezzi dimenticati e rimessi assieme dalla forza congiunta di un estro artistico e di mani di ultimi. L’arte per Alejandro, infatti, è “la cultura dell’incontro”.

Nell’occasione dell’inaugurazione, il 16 Novembre 2014, il Santo Padre ha sottolineato che “Queste immagini sono il segno della creatività capace di trarre anche dallo scarto di merce abbandonata un degno uso. Sono un simbolo del genio che Dio volle fosse nella mente di un artista”.

Le due sculture hanno un significato profondo per il Papa e Marmo: la Vergine di Lujan è la Patrona della Repubblica Argentina, mentre il Cristo Operaio è una delle opere facente parte del progetto Simbologia della Chiesa che guarda al Sud, iniziato a Buenos Aires. Questa iniziativa sociale è proprio il cuore dell’idea di arte di Marmo e del Papa, quell’arte che “recupera” che cura, che salva. A parteciparvi, infatti, sono giovani con problemi di tossicodipendenza affidati a comunità di recupero, giovani con problemi di integrazione, con la legge, diversamente abili, poveri, che lavorano assieme alla produzione di opere d’arte.

Il Cristo Operaio e la Vergine di Lujan sono stati realizzati con l’aiuto di alcuni ragazzi e di un gruppo di anziani arrivati direttamente dall’Argentina e sono proprio opere che parlano di disagio, di vite sfruttate e poi dimenticate, di unione sociale.

Marmo ha spiegato che quello che ha realizzato nei giardini vaticani è il miglior progetto che un museo possa promuovere: uscire per le strade senza aspettare la gente, così come deve fare la Chiesa per il Santo Padre.

L’arte – afferma lo scultore – senza dubbio sarà la religione del XXI secolo, per curare l’anima della società dalle ferite della vanità”.

 


Riferimenti bibliografici e sitografici

Papa Francesco, con Tiziana Lupi, La mia idea di arte, Milano, 2015

F. Polacco in “Il fatto quotidiano”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/21/larte-piace-papa-francesco-cultura-scarto-alejandro-marmo/1333491/ ;

Rodari P., La Repubblica, https://www.repubblica.it/esteri/2015/02/20/news/papa-107799196/;

La Stampa, https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2016/09/27/news/musei-vaticani-una-nuova-era-e-la-sfida-di-francesco-br-1.34812049 ;

Maria Pia Cappello, Spirituali Metamorfosi di Alejandro Marmo, Roma, 2019


 

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