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IL MIO MUSEO DELL’INNOCENZA

di Claudia Shirin Bahri

Ho sempre pensato che la musica sia importante per l’apprendimento. Un bambino che entra a far parte del mondo ha bisogno di trovarsi subito a stretto contatto con la musica. Tutto è musica; la voce della prima persona che vedi nel momento in cui ti affacci al mondo è musica, il rumore della pioggia e dei tuoni sono musica, il rumore delle scarpe che toccano la strada ricoperta di foglie secche in autunno è musica, il rumore del ciambellone tagliato con il coltello che tua madre ti prepara per la colazione è musica, l’accarezzare i capelli della persona che ami e sentirne la morbidezza tra le mani è musica. Ogni minimo rumore, un silenzio, una melodia, una voce.. tutto quello che ci circonda è musica! Quella mattina d’estate, precisamente il 7 giugno del 1995, vengo messa al mondo. Mi proietto verso il mondo con grinta e strafottenza, con la testa alta di chi sa già nel momento in cui nasce che farà la differenza. I miei genitori sono dei tipi strani, un po hippy, anticonformisti, stravaganti. L’educazione che mi è stata riservata è da sempre incentrata sul rispetto delle regole e degli altri e diciamo che seppure con qualche eccezione ho portato a termine il loro lavoro. Ma più di ogni altra cosa mi hanno insegnato il rispetto per me stessa, il mettermi in gioco anche se per qualcuno potevo sembrare bizzarra ma soprattutto l’amore per la musica. Mia madre è innamorata della musica, nel suo lato fiscale. Provale a chiedere quando i Pink Floyd hanno rilasciato il loro primo album, oppure il luogo del primo concerto di Bob Dylan.. Lei lo sa! La musica la prende anche nel suo lato divertente, quando sei con amici in spiaggia di notte e la prima cosa che fai è convincere qualcuno a portare una chitarra ed iniziare a suonare, tutti insieme con una birra in mano, senza pensare a cosa succederà dopo quella birra oppure quanto stonerai sempre dopo quella famosa birra. Questo è la musica per lei, un perfetto mix tra la conoscenza di un consumatore di cultura e ascoltatore per passatempo. Per mio padre invece è diverso. Lui usa la musica come sfogo, come liberazione ma soprattutto come modo per sentirsi vicino alla sua terra: l’Iran. Lui è un rivoluzionario, da giovane fece innumerevoli rivolte e attacchi al potere e per studiare medicina, la sua passione da sempre, venne qui in Italia. Si ritrovò a studiare nelle università italiane per molti anni, anche per il problema della lingua molto diversa, tra cui La Sapienza di Roma, la D’annunzio di Chieti. Mio padre è profondamente innamorato del suo paese di origine ma per motivi politici non ha mai potuto farvi ritorno e con me ha provato più volte a rendermi partecipe della sua diversissima cultura, talvolta con scarsi risultati mentre altre in cui riusciva a trasmettermi qualcosa. Usa il canto come i neri nel periodo dello schiavismo, quando facevano ricorso agli Spirituals per sfuggire dalle loro vite e trovare una speranza di una salvezza divina ed una forma di comunicazione attraverso quei canti di lavoro. Diciamo che io ho entrambi questi aspetti della musica in me ma la principale tipologia di ascoltatore musicale che mi appartiene è l’ascoltatore emotivo. Per me la musica è come un’amore, l’amore più vero e sincero che hai mai conosciuto nella tua vita. Ti prende e ti porta lontano e sulle note che formano una melodia o un armonia puoi perderti e lo stato d’animo che avevi prima di ascoltarla viene amplificato, come un fiume che quando nasce è piccolo e debole ma come arriva ad immettersi nel mare scendendo dalla montagna assume una forza diversa, impetuosa. E’ come un uragano, che qualsiasi cosa incontri nel suo cammino lo ingloba in se e la forza che ha alla fine è immensa e fermarlo è quasi impossibile. Cominciamo questo breve viaggio nel mio mondo, attraverso gli oggetti (o avvenimenti) che più mi hanno segnato dalla mia infanzia ad ora.

La prima videocassetta Disney

Su questo oggetto mi soffermerò di più poiché lo ritengo più importante di tutti gli altri. Il primo film Disney, Biancaneve, lo vidi a tre anni, e ci sono delle foto a testimoniarlo! Ogni volta che riguardo questo film le sensazioni mi tornano in mente come se mi ricordassi effettivamente della prima volta in cui vidi quel capolavoro, tecnicamente superiore anche a molti prodotti attuali. Il primo lungometraggio animato della Disney, uscito nel 1937 è una delle moltissime versioni di una storia assai più cruda e macabra dei fratelli Grimm. Questo film volevo vederlo letteralmente a ripetizione, finiva e io dicevo biascicando come fanno i bambini a quell’età dicendo a mio padre che volevo vederlo di nuovo. Questa storia continuò per ogni lungometraggio di questa meravigliosa azienda (e continua ancora oggi). Era un momento per stare insieme alla famiglia, nei pomeriggi invernali, quando fuori pioveva e non potevo uscire a giocare, me ne stavo rintanata in casa sul divano con più coperte che capelli insieme ai miei genitori a guardare ogni santo giorno film Disney ripetutamente. Erano momenti di condivisione in cui io imparavo tante cose sui valori che da piccola ignoravo: l’amore, l’amicizia, il coraggio, la passione smisurata per gli animali (da sempre compagni fedeli dei personaggi di molti lungometraggi se non addirittura protagonisti), per la terra, per le persone, ma in particolare la cosa che più mi ha lasciato affascinata da questi film d’animazione è sicuramente la cura e l’attenzione per la musica. La Disney mi ha insegnato molto sulla musica, partendo dalla conoscenza di varie culture nei tantissimi film, che ogni popolo ha una tipologia di musica diversa oltre che cibi, colore della pelle, paesaggi diversi. Da piccola quando guardavo questi film, tra cui appunto Biancaneve, vedevo che la musica era utilizzata sempre quando le parole non descrivevano appieno quello che stava succedendo, come se fossero un continuo della mente dei protagonisti proiettate verso l’esterno con una sinuosità e leggerezza che solo la musica sa dare. Quando da bambina guardavo queste scene ero completamente rapita, salivo sul divano, sulle sedie o qualsiasi cosa mi capitasse sottomano e cantavo insieme ai miei personaggi preferiti di quei film che mi hanno dato così tanto. In casa mia si svolgevano occasionalmente performance teatrali che mio padre chiamava ‘la recita’ in cui io e mio padre ci cimentavamo nella realizzazione dei più disparati personaggi dei cartoni animati Disney. A me spettavano ruoli più importanti, soprattutto quelli dei protagonisti ma il vero protagonista era lui che con il suo accento ancora straniero e la sua ironia rendeva divertente anche un personaggio che in partenza non lo era. La Disney è sempre significata condivisione per me, esprimere me stessa e credere in me anche quando nessuno lo fa, perseguire i propri obbiettivi e i propri sogni, guardare oltre ciò che vedo andando oltre le apparenze del colore della pelle o di un individuo non proprio di bell’aspetto e soprattutto a cantare. I bambini imitano, imitano ciò che vedono, ciò che sentono, si sa. Lo facevo anch’io; imitavo qualsiasi personaggio che cantava, tutti, uno per uno, anche le voci più insignificanti o provenienti da cori lontani o addirittura la parte musicale. Qualsiasi personaggio cantasse io dovevo imitarlo, alla perfezione e più perfettamente riuscivo a farlo più ero soddisfatta di me stessa. All’inizio era involontario ma piano piano è diventato un vero e proprio compito che avevo nei confronti di me stessa, per imparare a sfruttare qualsiasi tonalità o range vocale e riuscire a ricreare una voce femminile, maschile, rauca o delicata che sia. Quello che mi ha dato la Disney, quella passione sfrenata e senza controllo per la musica, soprattutto delle colonne sonore, io vorrei riuscire a donarla agli altri, alle future generazioni magari, dando il mio contributo nel poter interpretare una di quelle voci, che per me hanno significato tanto e mi piacerebbe che facessero lo stesso con altri bambini, che come me chi lo sa potrebbero lasciarsi accompagnare da questa passione per tutta la loro vita.

Shahre Mooshha

Analogamente a quanto successe con la Disney, anche con l’altra metà delle mie origini feci lo stesso. Da piccola quando avevo appena imparato a parlare, sentivo parole in una lingua diversa rispetto a quella che sentivo dalla bocca di mia madre, le mie zie o mia nonna. Era mio padre, che nella sua lingua madre, il farsi (persiano), mi cantava delle canzoni popolari iraniane o mi raccontava storie tratte dal libro Mille e una notte e traducendole in italiano mano a mano esordendo alla fine di ogni storia con un insegnamento diverso perchè ogni favola da lui raccontata aveva un insegnamento, una morale. Mi ricordo in particolare una serie di storie incentrate sulle gesta di un personaggio della mitologia persiana, Rostam che come Ercole affronta le (questa volta) 7 fatiche in compagnia del suo destriero Rakhsh e che mio padre mi raccontava sempre prima di dormire lasciandomi una massima su cui meditare. Molte delle canzoni della sua lingua che cantavamo insieme venivano da alcune videocassette che avevamo registrato da canali Persiani sul satellitare televisivo; quello che ricordo di più è Shahre Mooshha ovvero La città dei topolini. In questo cartone una scolaresca di topini, il loro insegnante e il cuoco della scuola, decidono di scappare dalla loro città diventata molto pericolosa a causa di un gigantesco gatto nero dalle fattezze umane che voleva divorarli tutti. Durante questo viaggio verso la nuova città dei topolini perfetta tutti loro crescono e maturano insieme ed alla fine quando si ritrovano faccia a faccia con il nemico, dopo aver pensato ad un piano, riescono a mandarlo via definitivamente; la morale di questa avventura è che non importa quanto tu sia piccolo perchè unendo le forze tutti possiamo fare la differenza. Questo film era ricco di canzoni, che tutt’ora ricordo. Mio padre è un ottimo cantante quindi si divertiva sempre nel farlo, e mi aveva fatto imparare tutte queste canzoni provenienti dal suo paese e soprattutto da questo film. Poteva sicuramente essere una scena buffa all’esterno: una bambina di all’incirca cinque anni che canta canzoni straniere con una pronuncia probabilmente criticabile che capisce una parola su trenta di quello che sta dicendo. Cantare insieme a mio padre era routine, qualsiasi cosa era accompagnato da canzoni Disney, canzoni tratte da film di animazione come questo o meglio, canzoni inventate da noi al momento. Me ne ricordo una in particolare.. Una mattina mentre dormivo, mio padre mi venne a svegliare dicendomi “claudia c’è un piccione sul balcone, è ferito vieni!” ed io scesi subito dal letto per vedere il povero malcapitato e vidi questo piccione con un’ala ferita che non riusciva a volare. Allora l’abbiamo preso e portato in casa e l’abbiamo tenuto in una scatola delle scarpe (naturalmente senza coperchio) lasciandogli un’intera stanza a disposizione per quando sarebbe riuscito a volare ed è allora che mi venne l’ispirazione che può venire solo a una ragazzina di circa 8 anni insieme al suo genitore stravagante:

(La prima parte è rap attenzione)

C’è un piccione sul mio balcone

c’è un piccione sul mio balcone

cosa ci fa, cosa ci fa, cosa ci fa, qua?

(Seconda parte melodica)

Vieni a mangiar, vieni a mangiar

tutto il pane tu sei il mio piccione!

Devo dire che ero molto soddisfatta del mio lavoro tanto che pensavo realmente che prima o poi l’avrei registrata ed incisa da qualche parte. Naturalmente questa idea (per fortuna direi) svanì proprio come il piccione, che dopo una buona settimana da noi riprese a volare imbrattandoci un muro intero con i suoi escrementi un po’ verdi un po’ bianchi. Fu bello liberarlo. Mi diede un senso di libertà che probabilmente noi umani non proveremo mai nella vita, ed era bello guardarlo mentre spiegava le ali e raggiungeva il sole all’orizzonte.

Il giradischi

Ho già accennato al fatto che mia madre è una collezionista di dischi, vinili, musicassette e dvd di concerti live? Ne ha moltissimi e di tipologie differenti, di ogni suo cantante o gruppo preferito. Le sue passioni più grandi sono Mia Martini, Renato Zero, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Phil Collins, Michael Jackson e tanti altri. Come mio padre anche lei è intonata ed anche con lei cantavamo delle canzoni. Ricordo ancora quando abitavo nella mia seconda casa (nella prima avevo due anni naturalmente non la ricordo) ed ogni sera quando aiutavo mia madre a rifare il letto, cantavamo Bella Ciao. Certo forse non è la canzone più adatta ad una bambina di 4 quattro anni ma almeno non era faccetta nera! Oltre a canzoni discutibili cantavamo insieme anche le canzoni giuste per una bambina della mia età, ovvero Le canzoni dello Zecchino D’Oro. Avevo la cassetta della raccolta che secondo me è la migliore poiché contiene brani, con annessi video, come Il caffè della peppina, Popof, Torero Camomilla, il coccodrillo come fa e altri. Mi divertivo a vedere insieme a lei questi cartoni animati che per me erano bellissimi e cantare a squarciagola ‘il lungo, il corto, il pacioccone, sono tre bravi cowboy..’ Mia madre ha un giradischi, che è ormai un modello discretamente nuovo, che usava ogni giorno quando ero piccola per sentire la musica che più le piaceva e ballava in sala mentre cantava i suoi pezzi preferiti, io la guardavo e mi univo a lei, pensando che la musica è anche unione, danzare insieme, cantare insieme, unirsi a qualcun’altro come se tra noi due ci fosse un legame più duraturo rispetto a quello espresso con le parole o con i gesti. Il fatto di ascoltare album in continuazione con mia madre mi ha fatto capire l’importanza di sentire il lavoro distinto di ogni artista capendo cosa diverse da ogni album diverso piuttosto che ascoltare una canzone sparsa qua e la senza capire come mai un artista è diventato in un certo modo, è maturato, che influenze ha avuto musicalmente e non. Questa esperienza non era resa possibile solo grazie al nostro amato giradischi, ma si spostava anche in macchina. La nostra vecchia auto era un Opel Agila blu, comprata al mio terzo anno di vita, esattamente quando cambiammo casa. Con la nostra Opel facevamo un’infinità di viaggi in tutta Italia o in Europa, pic nick domenicali in montagna, escursioni o semplicemente girare per centri commerciali per comprare qualche ‘regalo’ per me. Quella macchina era un po’ come la nostra seconda casa e la radio era come il giradischi; infilavamo un cd nell’apposita fessura e ci catapultavamo in un mondo parallelo in cui Berta filava la lana o i bambini non hanno bisogno di educazione e gli insegnanti devono lasciarli stare. Naturalmente cantavamo anche li, tutti e tre, insieme, mentre viaggiavamo verso rotte sconosciute, quasi sempre all’avventura, come piace a mio padre.

La mia prima chitarra

Mio padre ha sempre insistito nel provare a farmi studiare musica. Mi diceva quasi ogni giorno ‘Claudia se vuoi fare lezioni di musica ti conviene iniziare subito’, letteralmente ogni giorno. Io ho sempre voluto fare musica nella vita, soprattutto cantare, come ho già detto poco fa, ma ho sempre avuto un piccolo problema che mi ha sempre frenato per ogni cosa riguardante la musica.. la riservatezza. E’ sempre stato il mio cruccio, dalla materna fino anche ad ora direi. Ricordo quando i tempi della scuola materna ed elementare in cui si facevano saggi, esibizioni, lezioni di musica e chi più ne ha più ne metta e cercavano bambini che cantassero da solisti o che stessero davanti a tutti gli altri. Ai tempi ero indubbiamente la più qualificata per cantare da solista ai cori delle elementari, ma il fato volle rendermi esageratamente timida e chiusa e quindi non ebbi mai l’occasione e il coraggio di buttarmi e fare quel grande passo che per bambine che cantavano come oche il giorno di natale nel momento in cui vengono spennate poco prima di essere cucinate, sembrava così semplice. E quindi mi sono sempre ritrovata a stare dietro tutti gli altri e a cantare quasi senza voce per non farmi sentire da nessuno. Dopo queste occasioni tornavo a casa, poggiavo il mio zainetto sul pavimento dell’ingresso, infilavo una videocassetta nel videoregistratore e iniziavo a cantare con i soliti film Disney. Arrivata alle scuole medie, mi resi conto che forse dovevo cominciare a fare qualcosa di concreto. Naturalmente iniziare con il canto che per me era qualcosa di così personale ed emotivo non era il caso. Dovevo cominciare con qualcosa di più leggero e optai per il corso di chitarra classica tenuto gratuitamente nella scuola media Benedetto Croce di Pescara. Non avevo pensato a come sarebbe stato trovarsi li da sola davanti ad un professore perchè l’idea di farlo mi avrebbe distolto dal provarci e mi avrebbe fatto indietreggiare. Mi sono buttata.. Primo giorno di lezione andato bene; l’insegnante Alberto Procacci mi disse che avrei dovuto acquistare una chitarra classica, un poggia piede, un leggio ed un paio di libri, tra cui il Bona, che ho riutilizzato anche anni dopo. Mi recai immediatamente al negozio di musica più vicino, che si trova ancora al centro di Pescara: Bruno Carota, frequentatissimo prima dell’esistenza di un negozio di musica ancora più grande e fornito a Chieti Scalo. Presi la prima classica che trovai pagandola quaranta euro, i libri, una custodia morbida per chitarra e il poggia piede. Dopo molte lezioni si avvicinò il giorno della prima esibizione. Me lo ricordo perfettamente; era il 13 Dicembre 2006 e mia madre mi accompagnò con la macchina proprio davanti al parcheggio della scuola, mi fece entrare ed intanto rimase a cercare parcheggio. Nel frattempo mi recai nel luogo dove si trovavano tutti gli altri ragazzini e l’insegnante e l’ansia si faceva sentire, come una centrifuga, in cui il mio stomaco roteava provocandomi problemi non indifferenti. Quella mattina andai in bagno almeno quattro volte, lo ricordo perfettamente. “Claudia Bahri”.. ecco toccava a me; mi sedetti su quella sedia, sistemai il poggia piede sotto il piede sinistro, sistemai gli spartiti sopra il leggio, presi la chitarra in mano ed iniziai a suonare. Per l’agitazione sbagliai almeno tre note ma tutto sommato andò bene. Ad esibizione finita i genitori degli alunni con rispettivi figli ed amici applaudirono, feci un piccolo inchino e tornai da mia madre, godendomi in maniera più rilassata gli altri piccoli chitarristi che come me se la facevano sotto. Avevo fatto la mia prima esibizione, ed ero ancora viva.

Una suora in convento

Non ho un buon rapporto con le scuole. Diciamo che è da quando frequento la materna che ho dovuto affrontare molti problemi che magari per altri non sono arrivati. Le mie insegnanti, soprattutto delle elementari e delle medie non erano valide. Ho scoperto da pochissimo di soffrire di DSA, durante una chiacchierata con una persona a me vicina, parlavamo del più e del meno e venne fuori questo argomento. Lei mi disse di conoscere dei soggetti con questa problematica e che io le sembravo rispondere a quei criteri. Interessata dall’argomento, poiché pensavo già da tempo di avere qualche carenza nell’apprendimento, mi sono recata in uno studio che trattava la questione. Sono risultata positiva ai test e beh il resto è storia nota. Diciamo che se l’avessi scoperto poco prima non avrei lasciato la facoltà di biologia che frequentavo a L’Aquila ma anche se ho rinunciato a quella strada non mi sono fermata li. Ma torniamo un attimo indietro. Dicevo poco prima, gli insegnanti che ho incontrato nella mia vita di bambina e pre adolescente non mi hanno aiutato molto. Ero poco socievole come ho detto già parlando della mia prima chitarra; avevo serie difficoltà nel fare i compiti a casa e dopo qualche minuto in cui mi sforzavo di ascoltare la spiegazione dell’insegnante senza pensare cosa avrei mangiato per pranzo poche ore dopo, la risposta che davano sempre a mia madre durante gli incontri scuola-famiglia era “sua figlia è brava ma non si applica”. Questa affermazione risuonava sempre nella mia mente come il rintocco delle lancette dei minuti. Ci pensavo e ci ripensavo e non capivo cosa potesse avere di sbagliato la mia mente. Ora l’ho capito, non è la mia mente ad essere sbagliata ma l’insegnante che non ha mai scavato a fondo e naturalmente nemmeno i miei genitori. Non posso cambiare le menti altrui ma certamente posso dare il mio contributo per far si che queste cose non capitino. Certo è utopico pensare di poter cambiare la situazione della società ma indubbiamente posso essere una piccola formica che unendosi ad altre cooperano per un risultato più sostanziale. Questa idea era già dentro di me naturalmente, ma è stata fortificata indubbiamente da uno dei film che io reputo più belli di sempre. Certo magari è comico e con una trama abbastanza semplice ma non è detto che qualcosa di complicato sia superiore rispetto a qualcosa di semplice. La protagonista Deloris Van Cartier è una cantante di Reno ed ha una relazione segreta con il proprietario, Vince LaRocca. La donna vide l’amante compiere un omicidio e poiché fu vista dall’uomo dovette scapare e si nascose in un convento. Nonostante la quantità esagerata di gag e di comicità, la pellicola mette in risalto la condizione che si trovata tra le mura di quel luogo. Prese il posto della suora ‘capo’ del coro del convento e vedendo il livello delle sue alunne stimolò ognuna di loro lavorando singolarmente secondo le capacità di ognuna di loro. Riuscì ad insegnare loro a cantare nonostante non fosse vista di buon occhio dai superiori, ma con la sua forza di volontà, grinta e preparazione musicale andò contro tutti e fece il suo lavoro al meglio. Questo è l’insegnamento che mi ha sempre dato questo film, fare la differenza può non essere facile soprattutto se vai contro persone più potenti di te ma ciò non vuol dire che tu non possa provarci e soprattutto se un individuo ha più carenze e difficoltà rispetto a qualsiasi altro va aiutato non lasciato in balia del destino. Se avessi avuto anch’io un insegnante come Deloris avrei indubbiamente meno risentimento verso le scuole che dovevano darmi delle solide basi per lo studio; ma non è mai troppo tardi.

Gingerbread House

Arriviamo finalmente all’inizio di qualcosa di concreto. Lavoravo ad un call center, a Montesilvano un anno fa, non conoscevo nessuno e ero in pausa, cercando di accendere una sigaretta con un accendino chiaramente scarico ed un ragazzo viene da me per prestarmi il suo. Roberto è un ragazzo posato ma stravagante, studioso di lingue e grande viaggiatore. Parlammo un po’ ed uscì fuori che lui avesse bisogno di una nuova cantante per il suo progetto musicale rock-metal. Io senza pensarci troppo dissi che cantavo da molti anni e che indubbiamente avevo bisogno di uno stimolo del genere e che mi avrebbe fatto molto piacere farne parte. In verità avevo cominciato lezione di canto poco prima ed il modo in cui mi sono avvicinata alla mia prima insegnante è divertente. Vabè lo racconto. Lavoravo in un ristorante fino a qualche mese prima; il mio datore di lavoro era un tipo piuttosto strano, esuberante ma in fondo simpatico e alla mano. Organizzavamo serate musicali molto spesso ed io servivo in uno spazio non troppo esagerato, una quantità di tavoli superiore al numero che una persona può reggere da sola poiché in questo tipo di serate lo spazio per passare non bastava nemmeno al mio diametro da piuma. Mentre facevo slalom tra i tavoli il mio capo mi chiama per il solito “bicchierino della staffa” con annessa foto tutti insieme da caricare pagina del locale e proprio in quel momento la cantante del gruppo (era di musica celtica, molto brava) entra in cucina per mangiare la sua porzione di cibo lasciato li per lei quando avrebbe preso una pausa. Quel giorno ero afona ed avevo un cartellino al collo che lo testimoniava, così come le mucche al pascolo portano i campanelli; il titolare del ristorante, che non ricordo come, sapeva che io cantavo, urlò alla cantante “claudia perchè non fai lezioni di canto da lei?”. Io che proprio quel giorno non potevo parlare le scrissi su un bigliettino del mio block notes che tenevo nel taschino del camice che per me sarebbe stata una buona idea e che il giorno che la voce mi sarebbe tornata le avrei mandato una registrazione di un pezzo che avrei cantato per farle sentire il mio livello di preparazione. Lei nel ricevere il brano mi disse che non c’era poi molto da migliorare e il mio ego fu colpito per un attimo. Questo è il motivo per cui dissi senza pensarci di si a quel ragazzo appena conosciuto al call center. Qualche mese dopo registrammo il primo singolo e lo pubblicammo su qualsiasi piattaforma musicale online, tra cui Spotify. Il nostro gruppo si chiama Clodia e sicuramente io sono fiera di aver dato il mio contributo in questo progetto e la mia voce era per la prima volta sentita da qualcuno.

La mia prima esibizione canora

La prima insegnante di canto, nonostante fosse molto carina e preparata non era giusta per me. Aveva un metodo di insegnamento molto standard ed ho già parlato di quanto non io vada molto d’accordo con l’insegnamento vecchia scuola per cui tutti gli alunni devono studiare allo stesso modo e seguire un unico programma uguale per tutti? Direi che questo si era già capito. Bene, avevo bisogno di uno stimolo diverso e di un insegnamento più ricercato, più adatto a me e indubbiamente più originale. D’accordo dirò la verità, la sua abitazione era molto distante dalla mia e per arrivare da lei impiegavo più di un’ora. Per un po rimasi senza insegnante ma la mia voce non ne risentì particolarmente, d’altronde con la mia prima insegnante sviluppavo un tipo di voce che non mi apparteneva quindi non ero particolarmente migliorata rispetto a prima di frequentarla. Il mio attuale ragazzo, chitarrista jazz al primo anno di magistrale che mi ha aiutato moltissimo nel nostro campo, mi propose un’insegnante molto valida che aveva fatto lezione a molte ragazze che conosceva e mi decisi a provare anche con lei. Entrai nella sua stanza adibita alla musica e venni accolta da due enormi nuvole frisee con le zampe che correvano verso di me come se mi conoscessero già da anni. I cani erano un punto a suo favore diciamolo. Mi sedetti vicino a lei, parlammo un po di me e di cosa mi piacesse studiare di musica e poi mi fece alzare, stavamo cominciando gli esercizi. Certo mai avrei immaginato di vedere gli oggetti che portò in seguito davanti a me: swiss ball, oggetti da dentista, pedana per l’equilibrio, manubri leggeri e altre stramberie. Era quella giusta, lo sapevo, ne ero certa. Con lei lezione dopo lezione la mia voce cambiava, la percezione che avevo di essa in relazione al mio corpo cambiava, l’idea che avevo sempre avuto del canto e della musica cambiavano. Un giorno mi disse che aveva dei posti disponibili per una sorta di campeggio (anche se al posto di tende e bungalow avevamo una camera d’albergo) in cui per quattro giorni ci si immergeva totalmente nella musica ed era previsto un concerto finale in piazza ad Atri. Ci pensai veramente a lungo ma decisi di provarci. Cosa poteva mai essere cantare in pubblico? Era esattamente come me l’aspettavo. All’inizio la voce esce a malapena, un filo di voce che sprechi a cercare di trovare la giusta tonalità dei pezzi che canterai, provandole insieme ai musicisti che ti accompagneranno. I giorni di seminario passarono velocemente, imparavo sempre più cose, ascoltavo musica nuova, osservavo gli altri ragazzi che come me erano li per studiare e l’ansia dell’esibizione finale era sempre più percepibile. Era la sera del concerto finale; la mia compagna di stanza mi costrinse a meditare insieme prima di uscire dicendo che era fondamentale per la voce. Non molto convinta la seguì e insieme uscimmo per raggiungere gli altri. Lullaby of birdland e Why don’t you right erano stati scelti da me pensando, molto nei giorni precedenti, a quali brani mi avessero reso le cose più semplici e devo dire che come prima esibizione ho optato per un repertorio semplice ma di effetto, senza troppe articolazioni perchè non avrei retto un acuto preso male o una nota stonata durante quella sera. La mia pensata era stata giusta, l’esibizione era andata benissimo. Certo prima di salire sul palco avrei volentieri preso un volo diretto a Timbuctu per fare ritorno solo settantacinque settimane dopo ma pian piano che salivo la scalinata che mi avrebbe portato faccia a faccia con il pubblico ero sempre meno spaventata ed una volta sul palco, sistemati gli spartiti, fatto cenno al pianista e preso il microfono in mano, l’ansia sparì. Era indubbiamente l’attesa il problema principale. Quell’attesa che ti logora più tempo aspetti prima di fare qualcosa che ti spaventa. Un’altra esperienza da segnare nel podio dei traguardi era andato.

Shibart prende vita

Cantare per colonne sonore sarebbe per me il massimo traguardo che potrei raggiungere nella mia vita da musicista. Uno dei pochi sogni che ti porti da quando respiri e che sai essere impossibile da raggiungere ma cerchi di realizzarlo con tutte le tue forze anche se sai di dover aspettare probabilmente tutta una vita senza vederlo mai realizzare. Sembrerà triste ma la vita è così, è imprevedibile; potrebbe capitarti l’occasione della tua vita quando meno te lo aspetti oppure sforzarti tutta la vita senza ottenere altro che un risultato banale. L’unica cosa che possiamo fare è provarci e sperare, in un futuro ,di raggiungere il nostro scopo. Il mio devo dire essere particolarmente complicato, lo so bene, cantare per la Disney non è un’impresa da poco e viste le mie scarse doti recitative non posso sperarci molto quindi ho avuto un’idea, non particolarmente geniale poiché è presa e ripresa da anni a questa parte sulla piattaforma YouTube, ma che in qualche modo mi avrebbe aiutato nel provare a far parte di questo mondo che venero. Ho pensato poco più di sei mesi fa, di aprire un canale YouTube in cui mi occupo di riprendere brani della cultura popolare ma soprattutto colonne sonore e di realizzarle per conto mio registrandole con il piccolo studio che ho creato nella mia stanza ed allegarci video che potessero con una semplicità tipica di chi ha pochi fondi a disposizione, far apprezzare la mia voce ad un pubblico di venticinque ascoltatori. Certo non è un’illusione di far parte del mondo delle colonne sonore, so benissimo che questo mio progetto online non è nulla più che un piccolo passatempo ma questo piccolo passatempo mi aiuta molto a mantenermi sempre allenata e cercare sempre di migliorarmi e di arrivare a livelli sempre più alti. Poco dopo, poiché le mie abilità come produttore non erano particolarmente eccellenti, ho capito che dovevo affidarmi ad un amico molto fidato guarda caso laureato allo IED di Roma ed in cambio di una pinta di Spittfire mi avrebbe fatto dei mix devo dire molto soddisfacenti. La condizione economica limita molto un’aspirante artista emergente ma la viviamo più o meno tutti al giorno d’oggi ma se c’è un qualche talento di base o una voglia di mettersi in gioco e di imparare sempre di più, anche se pensiamo di essere già in grado di far parte del mondo del lavoro, i risultati prima o poi arrivano, basta solo saper aspettare.

Ed, io per ora, aspetto.


 

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